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Introduzione

Madame, cavalieri, prendete posto! Ecco a voi un’artistica tenzone! Un gioco d’avventura e commozione, degno di messer Tasso e dell’Ariosto.
La spada e gli amori è un gioco di storie per 3-5 persone, per narrare racconti ispirati al ciclo arturiano; ogni giocatore controlla un personaggio principale in un intreccio di avventure nelle quali i personaggi metteranno a dura prova i loro valori e ciò in cui credono, per amore o desiderio.
A turno ogni giocatore dirige una parte della storia del proprio personaggio, conducendolo al punto del destino scelto, mentre gli altri giocatori interagiscono con la storia e la influenzano.
La spada e gli amori ha due illustri genitori: I romanzi cortesi di Chrétien de Troyes e Archipelago III di Matthijs Holter. L’atmosfera generale deve molto alle opere del primo, mentre le regole sono prese di peso dal gioco del secondo, pur con qualche modifica (con il permesso di Matthijs) atta a rendere il gioco più aderente alle caratteristiche della letteratura cavalleresca.
Alcune regole, inoltre, non sarebbero esistite senza Love in the Time of Seið di Matthijs Holter e Jason Morningstar.

Perché non è un gioco fantasy

Traendo il gioco ispirazione – e ludicamente esigendone – dall’immaginario della letteratura cosiddetta “cavalleresca”, cioè quel ciclo letterario prodotto nell’occidente europeo soprattutto nell’alto medioevo, quello che vogliamo sottolineare (e non per riservare il gioco solo a una improbabile cerchia di dotti) è che la letteratura cavalleresca e il genere fantasy non sono la medesima cosa.
Anzitutto per il valore di autentica cronaca che riveste la prima per quanto riguarda gli universi descritti, che nel fantasy sono solo un prodotto di gusto per la nostalgia storica e di fantasia dell’autore, ma anche secondo altri aspetti più tecnici. Brevemente, potremmo dire che la letteratura cavalleresca abbraccia quattro filoni tematici: la vita di corte, la guerra, l’amore e il fantastico.
Con “vita di corte” è inteso tutto ciò che riguarda i rapporti di fedeltà ufficiale e di lealtà spontanea all’interno del sistema feudale, così dal signore al vassallo, così dal cavaliere all’erbaiolo; e anche nell’intrigo, nell’inganno o nel fraintendimento, ma sempre facendo riferimento a quel sistema di valori e a quella cultura o ordinamento politico e sociale.
Anche il tema della guerra fa riferimento a quel sistema storico, intrecciando nella trama il registro dell’epica con quello del macabro che anche nella poesia lirica del tempo è un tema dominante: l’ossessione e la paura della morte, anch’essa filtrata in qualche modo da una lettura politica (nel senso più profondo del termine) che guarda agli uomini come a una schiera di esseri fragili, che siano re potenti o prodi paladini, davanti all’inevitabile e all’imperscrutabile.
Parlando dell’amore, la visione che ce ne offre la letteratura cavalleresca è alquanto “fantasmatica”, e cioè enfatizzante nel descrivere il raptus amoroso e la malinconia (anche erotica, nelle sfumature) dell’amante in attesa, o del primo incontro con la dama, quasi come un sospiro che non è né triste né gioioso (ab-joy, dicevano i provenzali descrivendo l’animo dell’usignolo in amore), e una molteplice visione della donna come di una creatura che si erge al di sopra dell’uomo ora nel senso più positivo possibile, ora come entità fredda e ritrosa che può, col solo rifiuto, annientare un’esistenza e far smarrire anche la mente e il cuore più vigorosi («[...] quando io voglio darmi il piacere di baciarla e abbracciarla trovo la mia amica rigida come un palo e così gelida che quando la tocco mi raffredda tutta la bocca» scrive Jean De Meung).
Il cavaliere “servente”, possiamo ben dirlo, dialoga più con l’immagine della donna, nonché con lo spettro mentale che è di essa, che non con la persona, in un complesso e allusivo gioco di specchi. Va inoltre sottolineato un altro tema messo in rilevo da molti autori in luogo dell’amore: l’ostacolo del potere. In effetti, il potere, è dato sia come un ostacolo esterno, cioè come un elemento terzo e di intromissione tra gli amanti, sia come ostacolo interiore o psicologico qualora sia uno degli amanti, o entrambi, a indugiare sulla discordanza fra gli obblighi civili e il piacere della compagnia.
Infine il fantastico, ossia l’inclusione di entità non-umane (siano essi maghi o draghi o folletti o fate e orchi) soprattutto nelle narrazioni di viaggi e vagabondaggi alla ricerca di qualcosa che sia allegoria della ricerca di sé stessi (sia il Graal, sia una spada appartenuta a un eroe o un qualunque oggetto che non abbia solo poteri “magici” ma anche una collocazione nella storia e nella tradizione, cristiana e non).
Pure se abbiamo tentato, non è facile offrire in così poco spazio una sintesi di un’intera tradizione che abbraccia nel tempo secoli di storia, ma tra gli obiettivi impliciti all’iniziativa nostra vi è quello di fare appassionare al genere e di stimolare la curiosità per quei volumi che, dopo infiniti inverni, parlano ancora all’oggi – senza la macchia né la corruzione del tempo – dell’unica grande verità: la misera e dolce condizione umana, l’odio e l’amore.